Cave per il Rojava

Il Rojava (Kurdistan Siriano)

All’inizio del 2012 scoppia una guerra civile in Siria, in seguito alle proteste nate nel contesto delle primavere arabe. Lo stato siriano si sgretola velocemente e i Curdi fondano l’“Autonomia democratica del Rojava” nel nord della Siria, basando la propria organizzazione sociale su un’illuminata Costituzione, chiamata “Carta del Contratto Sociale del Rojava”. La prefazione recita:

Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrin, Cizre e Kobane, una confederazione di curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta. Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli. Con questa Carta, si proclama un sistema politico e un’amministrazione civile fondata su un contratto sociale che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso una fase di transizione che consenta di uscire da dittatura, guerra civile e distruzione, verso una nuova società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.

Per più di due anni questa nuova società prende forma e, nei tre cantoni, il modello funziona con successo grazie agli ideali su cui esso di fonda. Tra questi:

  • riconoscimento di tutte le identità etniche, di tutte le religioni, dei generi, delle lingue e delle culture;
  • ruolo centrale della donna all’interno di tutti gli aspetti sociali;
  • ecologia e difesa dell’ambiente;
  • libertà di espressione;
  • abolizione della pena di morte.

L’Isis

Negli stessi anni, però, dalle ceneri di al-Qaeda si riorganizza un nuovo gruppo terroristico chiamato in un primo momento Stato Islamico dell’Iraq (Isi), e poi Isis (Stato islamico dell’Iraq e Siria), in arabo Daesh. Nell’estate 2014 Daesh conquista Mosul (Iraq) entrando in possesso di grossi quantitativi di armi e di risorse: in questo momento cambiano nome e, da semplice Isis, si proclamano Stato Islamico (IS), come a ribadire la loro supremazia. Proprio a Mosul iniziano la persecuzione di tutte le minoranze etniche e religiose. È emblematico il caso degli Yazidi, costretti all’esodo nel deserto: migliaia di questi vengono uccisi, mentre altri si rifugiano sulle montagne del Sinjar, dove rimangono bloccati per giorni senza viveri a causa degli attacchi dei terroristi. Soltanto grazie all’intervento delle forze di difesa curde, YPG e YPJ (quest’ultimo costituito da sole donne), e del PKK (Partito dei lavoratori curdo) si evita il genocidio: i Curdi, infatti, aprono un corridoio umanitario di 60 km attraverso queste montagne e permettono a decine di migliaia di Yazidi di salvarsi e di fuggire in Siria.

Kobane

L’IS reagisce richiamando le sue forze militari e il 16 settembre 2014 sferra un massiccio attacco su Kobane. Riesce velocemente a conquistare buona parte della città, scontrandosi poi, però, con la resistenza dei Curdi organizzata in seguito all’attacco. Mentre in città si combatte, nei territori circostanti vengono approntati dei campi di accoglienza autogestiti per mettere in salvo la popolazione in fuga. Per mesi questi campi hanno permesso (e permettono ancora) a decine di migliaia di persone di non abbandonare la loro terra nonostante la presenza dell’IS e le difficoltà della vita quotidiana (acqua, cibo, riscaldamento, energia elettrica, assistenza sanitaria…).

Le staffette umanitarie e Rojava Calling

Subito dopo l’inizio del conflitto, sono partite dall’Italia una serie di staffette umanitarie volontarie con lo scopo di portare farmaci e personale sanitario sul posto. Queste persone rischiano la loro vita prima attraversando il confine turco-siriano sorvegliato dai militari turchi, che facilmente aprono il fuoco, e poi rimanendo nel territorio nonostante la presenza dei terroristi dell’Is. Tra queste staffette umanitarie c’è quella di Roma, “Rojava Calling”, che senza sosta porta tutto l’aiuto possibile nella zona. Grazie ai resoconti di chi ha visto e vissuto gli orrori della guerra, ci sono arrivate e continuano ad arrivarci preziose informazioni su quanto accade a Kobane e in tutta la zona del Rojava.

La liberazione di Kobane e le conseguenze della guerra

Kobane dopo la liberazione.
Fig. 1 Kobane dopo la liberazione.

Dopo 134 giorni di assedio della città, la resistenza curda è riuscita a far arretrare i barbari dell’IS, che occupavano Kobane con armi ben più potenti, come missili, carri armati e autobombe. Nonostante fossero numericamente inferiori e avessero a disposizione solo poche armi leggere, le forze di difesa curde, formate soprattutto da ragazzi e ragazze, hanno difeso la popolazione e liberato la città pagando, molto spesso, con la loro vita. Dopo la liberazione, i Curdi hanno iniziato a tornare nelle proprie case e a riorganizzare il funzionamento della città nonostante i grossi problemi che si trovano ad affrontare: la maggior parte di Kobane è ridotta in macerie, ospedali compresi, e gran parte della popolazione ha subìto gravi traumi legati alla guerra. Inoltre, l’IS, prima di ritirarsi, ha avvelenato i pozzi d’acqua, distrutto tutte le coltivazioni presenti e cosparso questi terreni con mine antiuomo. Le stesse case di Kobane sono disseminate di mine ed è sufficiente aprire una porta per saltare in aria. Dopo la guerra, dunque, vengono mietute ancora vittime; in più, la Turchia ha interrotto l’approvvigionamento idrico e l’energia elettrica e blocca di fatto tutti gli aiuti che vorrebbero attraversare il confine.

Simbolo di lotta, attualmente il popolo curdo continua a combattere per liberare altri territori nel nord della Siria dalle barbarie dell’IS e accoglie le famiglie di sfollati provenienti da tutto il territorio.

Come ricordano i Curdi stessi, “quella contro Isis è una battaglia dell’umanità”.

Gli obiettivi di questa raccolta firme

  • Inviare un messaggio di solidarietà al popolo curdo e sostenere questa esperienza democratica, unica nel suo genere in Medio Oriente;
  • costruire un patto di amicizia (gemellaggio) con una delle città del Rojava per avviare delle iniziative di solidarietà, di cooperazione e di sostegno al popolo curdo, impegnato alla lotta contro l’IS e alla ricostruzione delle città;
  • chiedere alle istituzioni italiane, locali e nazionali, di riconoscere l’“autonomia democratica del Rojava”;
  • avviare relazioni con le strutture sanitarie competenti per promuovere la raccolta di farmaci e materiale sanitario di cui hanno bisogno nell’immediato le popolazioni colpite dal conflitto;
  • sostenere iniziative e avviare scambi culturali con le istituzioni scolastiche curde affinché si diffondano valori di pace e tolleranza.